FINCHÉ ALTRO NON CI SEPARI

Con l’arrivo di settembre molto spesso arrivano anche quegli ultimi matrimoni estivi che solitamente si cerca di evitare e con loro anche le classiche domande che fanno a noi terapeuti le giovani coppie o anche le coppie meno giovani ma comunque interessate all’argomento.

Di solito prima si gira un po’ attorno, come se il dubbio appartenesse sempre a qualcun altro o si parlasse per sentito dire, ma la domanda centrale è sempre la stessa:

Un matrimonio può durare? Ma più in generale, le relazioni possono davvero durare fino a che morte non ci separi?

La risposta è si, ma.

Andiamo con ordine.

Dopo l’enorme quantità di divorzi che ha caratterizzato la generazione dei nostri genitori, ovvero quella dei matrimoni celebrati tra gli anni 70 e gli anni 90, la tendenza con la generazione successiva ha cominciato via via a subire una piccola decelerazione.

Forse proprio il fatto che sapevamo cosa si provasse ad essere figli di coppie in perenne conflitto e che in qualche modo questo aveva cancellato in noi l’idea della famiglia del mulino bianco nella quale probabilmente loro avevano ingenuamente creduto, abbiamo cominciato a considerare con un po’ più di attenzione il matrimonio e tutti i legami affettivi in generale.

Quelli che come me infatti sono nati tra la fine degli anni 80 e l’inizio degli anni 90 fanno parte di quella generazione che ci ha pensato parecchio prima di scegliere, vuoi anche il fatto che la nostra classe ha dovuto raccogliere molti più titoli e molti più anni di studio per trovare un posto dignitoso nel mondo, siamo arrivati forse più grandi e più disincantati al famoso momento del “si, lo voglio” che nel frattempo si è trasformato in un “si, ci ho pensato bene e credo di essere abbastanza risolto con me stesso da fare questo passo”.

Il ché è un enorme traguardo dato il contesto storico e sociale nel quale viviamo che ci rende sempre più impreparati, impazienti e incapaci di creare legami e relazioni significative.

Certo non possiamo generalizzare, ogni storia è a sé, ma sembra che le generazioni che più sono state penalizzate dai cambiamenti degli ultimi decenni siano quelle che sono nate dalla fine degli anni novanta in poi. Proprio quelle che, non a caso, mi capita di ascoltare più spesso nel mio Studio.

Ma come?

Procediamo sempre con ordine.

  1. Molte cose sono state travisate.

Avete presente quando vi dicono: “Bisogna imparare ad amare prima se stessi e poi gli altri” oppure “Se non ami te stesso non puoi amare gli altri?”

Io stessa lo spiego un numero infinito di volte ai miei pazienti, soprattutto a quelli che si mettono molto da parte per il bene degli altri e che non fanno valere mai il proprio.

Ecco, questa, insieme a tutte le altre frasi che dai nostri Studi transitano alla rete o in qualunque altro luogo inesperto, raggiungendo anche bocche non qualificate, hanno cominciato ad essere travisate e, errore su errore, ad essere cambiate completamente nel loro reale significato.

Quell’amare prima se stessi di cui noi terapeuti tanto parliamo è quindi diventato amare solo se stessi e quel “far valere il proprio bene e i propri bisogni” è divenuto far valere solo se stessi e i propri bisogni senza il minimo interesse o la minima empatia per l’altro.

Già, l’empatia, che strana parola, così strana che ormai si usa senza saperne neppure il significato.

Per chi non lo ricordasse, l’empatia è la capacità di comprendere e partecipare allo stato emotivo dell’altro. La parola chiave, infatti, è proprio partecipare, perché quando io partecipo, io sono insieme a te, ed è proprio qui che nasce il problema, INSIEME, quell’insieme che non si porta più.

Certo è indubbio il senso di potenza e di sicurezza che si prova, soprattutto se si è stati bambini incompresi, inascoltati e profondamente dipendenti dai propri genitori, quando ci si sente un’isola autosufficiente e distaccata, quando tutto ciò che ci serve possiamo darcelo da soli bypassando quella terribile frustrazione che si prova nell’attesa dell’altro, del suo contributo, in attesa che soddisfi il nostro bisogno, ma anche nell’incertezza che egli possa anche decidere di non farlo.

Anche qui la virata è chiara ed evidente e quell’insieme così complesso e sfuggente cede il passo ad un caldo e accogliente “me e basta”.

In che modo? Confondendo la capacità di essere padroni e di decidere della nostra vita e quindi di agire per raggiungere ciò che per noi è importante e necessario autonomamente, con la volontà di fare spazio all’altro e condividere unitamente.

Questo chiaramente comporta una serie di cose che notoriamente non amiamo fare, come dare il nostro tempo, chiedere aiuto, imparare con umiltà, chiedere scusa, partecipare con lo stesso impegno e la stessa passione ai traguardi degli altri come faremmo con i nostri, essere cioè scomodamente Insieme.

Invece, come tutti i frutti maneggiati troppo che marciscono prima di arrivare a destinazione, le frasi vengono distorte, i concetti adattati, i ragionamenti banditi e così si finisce per credere che l’apice del potere e della realizzazione personale sia diventare uno ziqqurat in mezzo al niente, sicuro, maestoso e… solo!

Direte voi, ma che c’entra tutto questo con le relazioni? Perché abbiamo dovuto addirittura scomodare i monumenti religiosi dell’antica Mesopotamia?

La risposta è si, tutto questo c’entra e ancora, si, perché un’immagine, con il suo simbolismo, a volte può esprimere più di mille parole.

Non a caso lo scopo dello Ziqqurat era avvicinarsi quanto più possibile al cielo, che inevitabilmente faceva perdere di vista il contatto con la terra e quindi con la realtà. Vi ricorda qualcosa? Quella sicurezza di isolata autosufficienza…

Se l’individuo quindi, nel corso del tempo e delle sue esperienze, ha imparato che l’empatia ci può esporre alle emozioni più dolorose dell’altro ed io prevedibilmente non voglio sentire neppure le mie, che chiedere aiuto significa anche vivere la frustrazione e la possibilità di esserlo negato, che mettersi in discussione con l’altro e confrontarsi significa venire a conoscenza di tutta una serie di mie mancanze, incompetenze, incapacità, come è giusto e naturale che sia, con cui magari non voglio fare i conti e che amare significa anche cercare compromessi, perdere qualcosa, lasciare andare torti, sentirsi talvolta impotenti e sperduti, pazientare, faticare, condividere e stringersi in uno spazio dove prima stavamo certamente più larghi, ecco che l’idea di un legame o di una relazione vera e profonda non è più particolarmente invitante, tanto più che tutto si può buttare e ricomprare nuovo in un batter di click.

Perché allora nuotare nelle profondità dell’oceano, dove le meraviglie sono infinite e disarmanti (ma i pericoli lo sono altrettanto) quando si può sguazzare allegramente sulla superficie di una piscina sicura e a misura d’uomo e accontentarsi di quelle piccole scariche organiche che ci piacciono tanto e che possiamo provare sempre, semplicemente cambiando piscina?

Ecco che quindi, mentre una volta ciò che poteva spezzare un legame era solo la morte, adesso e “tutt’altro” nel senso che è tutto ciò che di altro si trova fuori dalla relazione e dentro le nostre menti impaurite, isolate e povere di spirito, incapaci di tollerare il dubbio ma soprattutto la fatica e il fallimento connessi a qualunque impresa degna di ricordo e significato.

È possibile quindi che un matrimonio, una relazione, un amore funzioni? Si. A patto che si sappiano bene certe cose.

La prima: Che il Mulino bianco come non esisteva per i nostri genitori né per nessuna delle generazioni precedenti, non esiste neppure per noi e che il vero mulino per farlo macinare devi alzarti all’alba, rimboccarti le maniche e sudare, darti il cambio e poi ricominciare daccapo e che non sempre macinerà bene, ma macinerà sempre. E questo è garantito.

La seconda: Che non ci sono né vinti né vincitori, l’amore è un gioco di squadra, se tolgo a te sto togliendo a noi e viceversa e se ti metto ko, ignorando i tuoi bisogni forte di aver soddisfatto i miei, ho rubato nella mia stessa borsa, non ha vinto nessuno. Ci abbiamo perso entrambi.

La terza: Che si fatica, si suda, e lo si fa insieme. E che è naturale, sano e necessario che le farfalle nello stomaco ad un certo punto volino via (immaginate cosa succederebbe se continuassero a ronzare nella pancia e poi giocoforza ci finissero la vita dentro?Un cimitero di vermi nella pancia!), che i salti dal materasso al lampadario talvolta possano cedere il passo ad un semplice film sul divano e che anche questo è normale, che si litighi, che qualche volta si voglia stare a distanza, che altre si soffra e che tutto questo è parte naturale di qualsiasi esperienza con gli altri esseeri umani. Qualunque altro essere umano.

Quarta: Che amare è una scelta e allo stesso tempo una continua conquista, fatta di vittorie e di fallimenti e dove i fallimenti sono spesso delle piccole vittorie semplicemente camuffate da una forma diversa.

Edison usava dire una frase che ho sempre amato molto.

Ogni volta che falliva un tentativo non diceva mai “Ho fallito, la mia idea è da buttare, non sono bravo” ma diceva “Ho trovato un modo per non fare una lampadina, mi servirà per trovare quello giusto per farla”

E veniamo così alla quinta ed ultima.

A prescindere da quanti fallimenti ci saranno, da quanti problemi si presenteranno, è NECESSARIA la ferma, certa e granitica volontà da entrambe le parti, anche dopo 1000 lampadine mancate, di VOLER SEMPRE CONTINUARE A FARE UNA LAMPADINA. Ovviamente Insieme.

Dott.ssa Marialaura Atza